Nostra Signora dell’Acqua Sporca.
Nossa Senhora da Agua Suja

Di Mariarcangela Augello



Nella comunità di Itira il fiume Araçuaí incontra il grande fiume Jequitinhinha, che dà il nome alla valle. È qui che le comunità e gli attivisti della valle dello Jequitinhonha hanno deciso di celebrare la giornata mondiale dell’acqua, il 22 marzo 2026.
Nel punto in cui i due fiumi si incontrano arriva una barca di legno a remi, trasporta una statua. Quella della Nossa Senhora da Agua Suja, la Madonna dell’acqua sporca, protettrice delle persone impattate dalla minerazione. Al collo porta un rosario con 275 ave maria, 275 come le vittime del disastro, il crimine, qualcuno dal fondo corregge Fra Pedro che sta raccontando la storia, di Brumadinho, quando nel 2019 una diga costruita dalla ditta mineraria Vale si ruppe, uccidendo 275 persone nell’omonimo paesino. In ricordo di quel crimine, per cui nessuno ha mai pagato, i familiari delle vittime crearono il rosario che la santa porta al collo. Fra Pedro ricorda che mentre veniva creato, i familiari condividevano le storie dei loro cari, piangendo, così che ci vollero quattro diversi incontri per ultimarlo. La statua viene portata in processione dal fiume al piazzale antistante la chiesa, in cui si è tenuta la messa.


Foto: Vinícius Mendonça/Ibama – Wikimedia Commons: Catástrofe socioambiental provocada pelo rompimento de barragem da mineradora Vale em Brumadinho (MG)

Foto: Felipe Werneck/IbamaCatástrofe socioambiental provocada pelo rompimento de barragem da mineradora Vale em Brumadinho (MG)

Non è una classica messa ma una messa in cui si fa politica, in cui i vescovi insieme alle preghiere parlano di protezione del territorio, di giustizia climatica, della distruzione portata dal modello economico capitalista, che con la sua fame di profitto distrugge corpi e territori come questo, terre di sacrificio per il capitale.

Il momento fa da conclusione a una due giorni storica, in cui attiviste e attivisti rappresentanti di ben 75 organizzazioni di tutta la valle, dell’alto, medio e basso Jequitinhonha, si sono riuniti ad Araçuaí per parlare dei problemi delle loro comunità, ovvero l’agricoltura e l’allevamento intensivi, le miniere e le monoculture di eucalipto. Il filo conduttore: l’acqua.


Foto: Rio Araçuaí em Turmalina MG na comunidade de São Miguel (Wikimedia Commons)

Ebbene questa regione, chiamata Serrado, è una savana ma non una savana completamente secca e arida come si potrebbe immaginare, bensì una savana ricca di acqua. L’acqua delle piogge, abbondanti nel periodo estivo, permea nel terreno e ricarica le falde acquifere, facendo del Serrado una specie di spugna. Dal bacino idrografico del Serrado, che è il bioma più esteso del Brasile, dipendono gran parte dei bacini idrografici del paese, perfino quello amazzonico, con cui opera in modo complementare.

Purtroppo, la ricchezza d’acqua della zona è minacciata e, secondo le ultime stime, il Serrado potrebbe perdere un terzo di tutta la sua acqua entro il 2050 a causa della deforestazione e dei cambiamenti climatici (1) . I cambiamenti di uso di suolo in particolare sono una minaccia importante per il bioma che, nonostante sia la savana più ricca in biodiversità del pianeta, non gode delle stesse protezioni della più famosa foresta Amazzonica. Ad esempio, un proprietario terriero del Serrado è autorizzato a disboscare fino all’80% dell’area di sua proprietà, in Amazzonia al massimo il 20%. Questo ha fatto sì che negli anni il Serrado venisse deforestato perché considerato di poco valore economico, sociale ed ambientale e ad oggi è la principale frontiera di
espansione dell’agribusiness. Le coltivazioni intensive costituiscono infatti uno dei principali problemi del bioma, insieme all’intensa attività mineraria. Non a caso, lo stato in cui noi civilisti stiamo lavorando si chiama Minas Gerais (minas significa miniere) ed è proprio lo sfruttamento minerario di oro e pietre preziose che ha retto l’economia della zona per secoli. Adesso molte di queste miniere sono, per così dire, chiuse – vi rimangono ancora i profondi solchi nel terreno – ma con la corsa al litio si stanno già esplorando moltissimi nuovi potenziali siti di estrazione.


Foto: Agencia CNT de Noticias/ Minas Gerais – Wikimedia Commons

Per entrare nella comunità di Piauí Poço Dantas, nel municipio di Araçuaí, bisogna necessariamente passare per una strada chiusa sui due lati dalla miniera di litio della multinazionale canadese Sigma. Questo significa che chiunque entri è sorvegliato, qualsiasi movimento monitorato. La comunità sembra racchiusa tra le colline, in una valle, ma in realtà a circondare la comunità sono le pile di materiali di scarto lasciati dalla miniera. Ci spiegano che, di tutta la terra spostata, solo il 6% è litio, eppure la Sigma decise di optare per una miniera a cielo aperto, più impattante sull’ambiente, per ridurre i costi. Djalma, attivista indigeno, mi racconta di tornare nella comunità periodicamente per scattare la stessa identica foto nello stesso identico posto e dimostrare che le montagne di scarti stanno effettivamente aumentando, contrariamente a quanto dichiarato dalla multinazionale. E così la comunità si è ritrovata circondata, con improvvisi boati che fanno tremare tutto, polvere ovunque, numerose malattie respiratorie e soprattutto senza la sua principale fonte di acqua, il fiume Araçuaí, così inquinato che la sua acqua “non è buona nemmeno per lavare i pavimenti”, come raccontano alcune signore del posto. Per sopperire alla mancanza di approvvigionamenti di acqua, la multinazionale ha fornito alle persone delle cisterne per l’acqua piovana e regolarmente passa un camion botte pagato dalla municipalità, quindi a spese dei cittadini, per i rifornimenti. Una volta arrivati, le persone della comunità ci raccontano di aver sentito un forte boato la notte precedente, una delle esplosioni della miniera, solo che questa volta nessuno aveva avvisato la comunità della nuova esplosione, avvenuta per di più in piena notte.


Monocultura di Eucalipto

Le miniere, l’agribusiness, le monoculture di eucalipto, sono un assedio continuo contro queste comunità, che si ritrovano costantemente con nuovi fronti di lotta. È in questi territori che si manifesta così evidente l’intersezione tra (neo)colonialismo e quella che Marx descriveva come accumulazione per dispossesso: l’espansione del capitale in nuovi territori che vengono sottratti al loro stato naturale e alle popolazioni locali da parte di multinazionali straniere, che guadagnano ingenti somme lasciando tutti gli effetti negativi alle comunità locali; così che le popolazioni si trovano a dover fare i conti con un ambiente profondamente degradato, l’espropriazione delle proprie terre, la costante sorveglianza e minaccia di violenza, le malattie causate dall’inquinamento, la mancanza di acqua e molte altre conseguenze. Queste compagnie arrivano, grazie al benestare delle amministrazioni locali e statali, promettendo benessere e sviluppo del territorio, ma in realtà i posti di lavoro offerti per la popolazione locale sono pochi e degradanti, mentre la maggior parte delle posizioni lavorative più tecniche sono occupate da personale specializzato che viene da fuori e la ricchezza finisce completamente nelle sedi delle multinazionali, chissà dove.

A peggiorare la situazione, i nuovi interessi geopolitici sulle terre rare, materiali considerati strategici per le tecnologie avanzate, come quelle utilizzati per le batterie delle auto elettriche o i pannelli solari per intenderci. Il Brasile è al secondo posto nel mondo per deposito di terre rare, con il 23% delle riserve mondiali (2) . È recente la notizia dell’acquisizione da parte di USA Rare Earth dell’impresa mineraria brasiliana Serra Verde (3) , l’unica miniera al di fuori dell’Asia a possedere tutte e quattro le terre rare magnetiche su larga scala. Non è una buona notizia, questo significa che il Brasile sta continuando con il vecchio schema coloniale, per cui le materie prime sono esportate, con tasse bassissime ovviamente, e il paese si ritrova ad importare la maggior parte della tecnologia, con prezzi 50 volte più alti che quelli della materia prima esportata. Ma la stessa storia vale anche per l’eucalipto e l’agricoltura intensiva; la produzione non asseconda bisogni interni al paese, quanto all’esportazione della materia prima: legna, acciaio, carbone o prodotti alimentari come la soia, di cui il Brasile è il maggior esportatore al mondo.

È molto ironico pensare che molti di questi prodotti sono venduti come sostenibili, nonostante il grave impatto sull’ambiente e sulla società. È questo quello che vogliono che passi per sostenibilità, il capitalismo verde, che ci vende suv elettrici per non inquinare le nostre belle città, mentre continua a rivoltare la terra; che ci dice che le nostre industrie possono continuare a produrre allo stesso ritmo, anzi sempre più veloce, basta solo comprare i crediti di carbonio che la “foresta” di eucalipto assorbirà. Peccato che non esista nessuna foresta ad assorbire la nostra CO 2 , ma una monocultura che ogni 7 anni viene bruciata, rilasciando di nuovo il poco carbonio accumulato, per farne carbone vegetale e acciaio “verde”. Insomma, le aziende si sono appropriate del discorso sulla sostenibilità, svuotandolo profondamente del proprio potenziale
rivoluzionario.


Falda prosciugata

Le popolazioni locali ricordano un netto prima e dopo l’arrivo delle imprese, e il dopo non è mai all’altezza di quelle promesse di sviluppo, ma sempre un resoconto di tutto quello che è stato loro sottratto per lucrare sulla ricchezza di risorse di questi territori, risorse che erano libere e gestite in maniera comunitaria dalle popolazioni locali, che con la loro cura hanno permesso di preservarle fino ad ora. E adesso di tutta la ricchezza d’acqua, di fiumi, sorgenti, ruscelli, paludi non rimangono che le briciole (o gocce in questo caso) per le comunità. Per questo l’incontro di Araçuaí è stato così importante, perché costituisce un momento di convergenza delle diverse comunità della valle, perché è un riconoscimento di come, seppur con facce diverse, il nemico è comune e insieme ci si può organizzare per lottare per la giustizia climatica. È una lotta lenta e pericolosa, moltissime attiviste e attivisti sono minacciate ogni giorno, eppure, tante, tantissime continuano la loro lotta a testa alta.

“Se devo morire, muoio” dice Cleonice, dopo aver raccontato di una delle ultime minacce ricevute, “in difesa della vita, della mia cultura, della mia identità e della madre terra”.


Una foto della celebrazione



Qualche giorno dopo averci mandato l’articolo, Mariarcangela ci scrive:

La comunità ha vinto una causa contro l’azienda che adesso dovrà risarcire gli abitanti e prendere alcuni provvedimenti.  E aggiunge delle righe importantissime al suo articolo:

“La lotta portata avanti dalle comunità paga. Il 17 maggio la giustizia del Minas Gerais si è pronunciata sull’azione civile portata avanti dalle comunità di Piauí Poço Dantas, Ponte do Piauí e Santa Luzia, riconoscendo un quadro di massiccia violazione della dignità umana nei territori adiacenti alla miniera “Grota do Cirilo” della Sigma Lithium, localizzata tra Araçuaí e Itinga. La giustizia del Minas Gerais ha dunque deciso una serie di misure emergenziali contro la multinazionale canadese, che dovrà garantire l’accesso pubblico, sicuro e permanente alle abitazioni e sospendere le operazioni che generano rumori notturni, limitarle a orari fissi stabiliti insieme alla comunità e comunque comunicare eventuali esplosioni con un anticipo di 24 ore. Inoltre, la multinazionale dovrà dimostrare a proprie spese che non sta causando i danni socio ambientali denunciati dalla comunità e finanziare azioni di salute pubblica, specialmente in ambito di salute mentale e respiratoria nelle comunità impattate. Infine, sarà creato un programma per le famiglie che decidono di trasferirsi, in modo da garantire uguali o migliori condizioni di vita rispetto a quelle attuali.

Questa decisione è un importante passo verso la giustizia climatica, i tribunali stanno riconoscendo le responsabilità socio ambientali delle grandi aziende, la lotta nella Valle dello Jequitinhonha continua affinché siano riconosciute e affrontate anche dalla politica.”



Non possiamo che ringraziare la volontaria Mariarcangela per questo articolo: sensibile, attento e animato dalla giusta dose di rabbia. Ci ha resi partecipi di una riflessione collettiva che dimostra come la mobilitazione, la rivendicazione dei propri diritti e la richiesta di giustizia siano strumenti potenti, concreti, necessari.